I pilastri della terra



Da oggi scrivo per te. Perché so che non vedevi l’ora di leggermi per cogliere nuove sfumature del mio intimo, tu che mi conoscevi così bene. In verità ho sempre scritto consapevole che mi avresti letto, tu che hai sempre amato il mio modo di scrivere nonostante la schiettezza dei contenuti. E allora lo dico meglio: da oggi continueró a scrivere per te. 

I pilastri della terra di Ken Follet mi hanno accompaganata per un lungo e importante tratto della mia vita, e benché per molto tempo non abbia compreso il senso della mia lentezza nel leggerlo e la mia strenua riluttanza a cominciare qualsiasi altro testo, ora il perché mi è chiaro: ció che ha descritto tanto dettagliatamente Follet non è altro che la vita. E in una vita ci sono momenti meravigliosamente felici e pieni di luce ed altri terribilmente cupi e tristi, e spesso questi momenti si intersecano tra loro, rendendo l’esistenza così magica e misteriosa da rimanere un po’ intontiti.

Un libro che ho potuto apprezzare in oltre un anno di lettura, in cui la prima metà è pesata come un macigno, mentre la seconda metà mi è parsa acqua fresca. Ed è così, sempre: non c’è una vita più interessante di altre, ci sono momenti intensi avvolti da lunghi momenti di calma piatta. E io spero di ritornare presto nella bambagia della vita di tutti i giorni, perché a volte alcune esperienze sono più forti di altre.

E niente sarà mai più come prima, nel bene e nel male.

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Le vergini suicide

le vergini suicideDovrei leggere solo di arcobaleni e palloncini colorati. Perché in uno stato d’animo come il mio, in cui tutto è difficile ma senza una ragione, non dovrei appesantirmi ulteriormente. Eppure, per quella malsana logica inspiegabile che mi rende ansiosa e scontrosa in quello che la maggior parte della gente definisce come ” il periodo più bello della mia vita”, o meglio così dovrebbe essere- dicono, mi ritrovo a leggere libri tutt’altro che dolci, dalla potenza sconvolgente e disarmante. Continua a leggere

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

lo zenCome ho raccontato in un post precedente (esattamente in questo qui) mio fratello ha compiuto 18 anni a settembre, e sono stata alquanto in pena sulla scelta del libro da regalargli. Dopo aver vagliato i molti consigli di amici e colleghi, preziosissimi, ho optato per  Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig. Continua a leggere

Quo Vadis?

Eccomi!! Torno dopo poco più di due settimane di latitanza, davvero serena. Forse ne avevo proprio bisogno: dopo la saga di Hunger Games, di cui mi sono abbuffata in pochi giorni, e lo scombussolamento emotivo provocato da Le ceneri di Angela, ho avuto bisogno di prendere le cose con calma, metabolizzare e anche un po’ riposare. Continua a leggere

I tre moschettieri

Cose che sapevo dei tre moschettieri (grazie a una cultura fatta di cartoni animati, film vari e frasi dette a caso):

1) ci sono tre moschettieri e un aspirante tale, D’Artagnan, che è il più giovane e il più figo.

2) c’è Athos, quello più vecchio e saggio, c’è Porthos, quello degli eccessi grasso e lussurioso, e c’è Aramis, quello che poi scopri che è una donna.

3) i 4 diventano amici per la pelle, e sono i super buoni, che lottano per la giustizia e la verità (diceva qualcosa di simile la sigla del cartone?). E il tutti per uno e uno per tutti e bla bla.

4) il cattivo è Richelieu, che mi sembra innamorato della Regina, e si sa che vuole il potere tutto per sé, ma poi è uno che serve solo per mettere i bastoni tra le ruote ai nostri eroi

5) infine c’è Milady, che ricordo però solo nel cartone animato, in una scena (anche questa forse della sigla) in cui saliva su una nave indossando un cappello gigante piumato. E poi ha un pappagallo che si chiama Copy, e questa è l’unica certezza, perché ci ho chiamato il mio cane così.

In conclusione, cose che mi sono rimaste impresse da questa vasta cultura sui moschettieri: il nome del pappagallo dato a un cane.

E poi l’ho letto. L’ho appena finito. E Dumas è un genio. La storia è pazzesca, e io dei moschettieri non sapevo proprio niente. Intanto, devo dirlo, Aramis non è una donna. Ho letto pagine su pagine aspettando questa conferma, e non è arrivata. E meno male. E poi l’illuminazione (e amanti della cultura e dei classici fustigatemi per ciò che sto per scrivere, e tappatevi occhi e anche orecchie, che non si sa mai): ho capito dove Darren Star ha trovato le sue eroine per Sex and the City: anche qui troviamo il protagonista che tutti vorremmo essere, il lussurioso, il santarellino, e il cinico che dispensa consigli cinici. Ora cancellate dalla mente quello che avete letto, ma io dovevo troppo scriverlo.

E poi Milady. L’unica cattiva che non si può non adorare. Bellissima la continua descrizione della dicotomia di una mente e uno spirito forte e ruggente come un belva racchiuso in un corpo esile e delicato.

Insomma c’è tutto: intrighi, amore, tamarri, battaglie, scommesse, passi falsi, ubriaconi, amanti vere e anche platoniche, preghiere e omicidi.

Tutto in comode 700 pagine che scivolano come cioccolato fuso piccante.

 

La Certosa di Parma e la Sindrome di Stendhal

  La prossima volta che mi dirò di non avere forza di volontà penserò a questo a libro, così almeno potrò sorridere ricredendomi. Merito infatti della mia tenacia, se sono riuscita a finire La Certosa di Parma di Stendhal. Le prime 150 pagine sono scorse pesantemente e moooolto lentamente. Ci ho provato in treno, ma dopo due stazioni (leggi: 10 minuti) cadevo in una catalessi che neanche il terremoto (che c’è stato!!!) è riuscito a destarmi. Ho pensato: è il peso dei Classici, ora capisco perché si dice in generale “è un dovere leggere quel libro, che è un Classico”: perché se fosse appassionante non sarebbe un dovere. Ma non ho mollato. Il secondo pensiero è quindi stato: forse non è un libro da treno, è troppo impegnativo; ci proverò la sera sul divano. Certo, il connubio sera e divano in effetti non è dei più promettenti, e tale fu: il tempo di reazione apertura libro=palpebra pesante è stato raggiunto con la velocità con cui mi spazzolavo una merendina di nascosto da piccola (perché dire che lo faccio anche ora sembra brutto, fa poco adulto…). Comunque, forse avrei dovuto arrivarci prima di provarci. Non paga, ho tentato l’ultima spiaggia: seduta in cucina su una sedia dallo schienale scomodissimo, che la schiena ancora mi maledice…il risultato è stato un accascio lento ma inesorabile della mia testa sul tavolone di legno sul quale avevo appoggiato il libro (aperto però).

Ma, nonostante l’evidente difficoltà, le prime 150 pagine sono passate. Dalla 150 alla 200, il ritmo possiamo dire che si fa leggermente più movimentato. Se si pensa che queste 50 pagine riguardano il periodo di carcerazione del protagonista, Fabrizio Del Dongo, vi lascio immaginare che allegria!! Beh, in realtà a mio parere c’è molta più azione in questa parte che in tutto il libro. Le 50 pagine rimaste, che il libro ne ha 250 (e un zic) totali, hanno vissuto di rendita, sulla scia delle avventurose precedenti, ma senza particolare trasporto. In vari commenti su internet ho letto una gran serie di commentatori che lamentavano la rapidità con cui è stato concluso il libro che racconta in fretta e furia, il tempo di una pagina, gli ultimi tre anni di vita dei personaggi. Ammetto che io ho ringraziato Stendhal per questo, che non sarei riuscita a reggere altre 100 pagine.

In realtà, penso che l’idea e la trama siano veramente avvincenti, tanto che ho scoperto ieri sera che CinziaTHTorrini (lo devo scrivere così perché il nome mi fa impazzire, come lo dicono in televisione, tutto d’un fiato), quella della Rivombrosa per intenderci, ne ha fatto una fiction; purtroppo per me però lo stile affettato e lento non è nelle mie corde…e pazienza. Cosa mi è rimasto più impresso di questo libro? l’espressione: “quel bel tomo di Fabrizio“, che rispetto al linguaggio forbito e aulico mi è sembrata molto moderna, tipo ” che gran pezzo di gnocco” o “che fusto!” e quindi mi ha fatto anche un po’ ridere; e la parola genetliaco: da domani deve essere utilizzata assolutamente al posto del suo sinonimo e ormai fuori moda “compleanno”. Preparatevi a festeggiare il mio genetliaco quest’anno! (che all’inizio sembra un parola super cool, ma se la dico due volte di fila fa molto roba da nonne in bastone e treppiede!!!).

Alla fine della lettura ho cercato su internet la definizione della Sindrome di Stendhal, che mi pareva una cosa tanto bella e che potesse risollevarmi il morale…Wikipedia recita testualmente: “detta anche sindrome di Firenze, è il nome di una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini,confusione e anche allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se sono compresse in spazi limitati”. Purtroppo mi sono resa conto di aver provato gran parte di queste sensazioni, soprattutto confusione visto che leggevo le frasi e coglievo si e no tre parole perché la mente non prestava attenzione; il problema è che le accezioni che vi avevo dato io non erano molto positive. Oh, ma vuoi vedere invece che alla fine pensandoci il libro mi è piaciuto? Evabbé, non esageriamo.