Miele

miele ian mcewanAvrei davvero bisogno di un po’ di miele in questo periodo. Liquido denso e dolce che si spande nelle vene per raggiungere la testa e il cuore. Per calmare, ammorbidire, tranquillizzare. E invece combatto contro un’ansia che esplode dentro e polverizza tutto lungo la sua strada.

Neanche Ian McEwan e il suo nuovo romanzo, appunto, Miele, ne è uscito indenne. L’ho triturato, ingurgitato e sputato. Ostile io e ostile la sua storia, noiosa, inutile, insipida. Come quando mangi qualsiasi cibo, dolce e salato allo stesso tempo, tutto insieme a grandi morsi, per riempire il vuoto dentro creato dall’ansia che si è portata via tutto.

Onore al merito per la prosa meravigliosamente costruita, le parole incantano e sostengono una trama debole per la mia attuale predisposizione d’animo. Per questo ti adoro McEwan; ma ahimè questa volta non è stato abbastanza.

Altro punto favorevole, i racconti descritti nel romanzo, in particolare mi ha colpito quello dell’uomo innamorato di un manichino; genialità e un pizzico di brivido fuori dalla consuetudine e dagli schemi, ammalia e rapisce.

E neanche il finale, che per molti lettori è bastato per risollevare tutto il romanzo, viene risparmiato dal mio periodo cinico e aggressivo. Non ho trovato l’effetto sorpresa bensì solo un Déjà vu: esattamente lo stesso finale di un romanzo di un autore italiano, letto da poco, salito alla ribalta nell’anno appena passato per aver vinto un premio importante. Non dico niente di più, per non rovinare il finale di entrambi i romanzi. Ma non sono stata scossa e risvegliata dal brivido del colpo di scena, in  entrambi i casi.

“Ero insipido, privo di vita. Avevo riempito quaranta pagine liscio come l’olio. Nessuna resistenza, nessun ostacolo, nessuna incrinatura; nessuna sorpresa, niente di denso o di strano. Niente sentori sgradevoli o momenti di torsione. A contrario, tutto ciò che vedevo e sentivo e dicevo e facevo era messo in fila come i grani di un rosario. Non era soltanto rozza inettitudine di superficie. (…) Era semplicemente privo di interesse”.

Ecco, Ian, l’hai detto tu, nel tuo stesso libro. E io lo so, sono in un periodo in cui cinismo e ansia prevalgono sul resto e si mangiano tutto ciò che c’è di buono intorno. Abbi pietà.

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6 thoughts on “Miele

  1. Valeeee, ce l’ho sul comodino, quindi per ora il tuo post non lo leggo. Appena finisco il libro recupero. Scusa ma lo voglio scoprire riga per riga, senza anteprima…

  2. A me invece è piaciuto molto. Anche perché il colpo di scena finale è secondo me preparato proprio dalle allusioni meta-autoriali date dai racconti cui accennavi (che sono racconti di McEwan). Ne ho parlato anche da me.

  3. Cara ‘Povna, grazie per aver commentato, perché ho avuto modo di conoscere il tuo blog, che mi piace moltissimo!! Ho apprezzato molto la tua recensione di Miele, ma continuo ad essere incerta sul libro. Sapevo che i racconti sono di McEwan, e ammetto di non averli letti, ancora. E forse avrei apprezzato maggiormente il finale se non avessi letto un mese fa un libro che utilizza, in maniera diversa chiaramente, lo stesso espediente per concludere la narrazione. Sicuramente non sono nella predisposizione d’animo adatta in questo periodo, forse rileggendo Miele in un altro momento la mia sensazione sarà diversa, ma non ho trovato il trasporto, la passione, il dramma, l’alienazione, il patire insieme, che ho invece sentito per Espiazione e L’Amore fatale.
    Forse sono una lettrice stile Serena Frome degli inizi. I miei professori la chiamavano superficialità. Io lo chiamo anche narcisismo (e ahimè non ne sono fiera). Perché un libro mi deve colpire e carpire, investire e ribaltare, non il contrario.

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