stanza, letto, armadio, specchio

Io non ti volevo leggere, stanza, letto, armadio, specchio. Già la  copertina mi diceva che non dovevo leggerti; quel bimbo senza vestiti, sereno ma dal sorriso inquieto, che non guarda dritto davanti a sé, verso l’esterno, ma abbassa gli occhi verso un punto nascosto, intimo, circoscritto e a me sconosciuto. Ansia.

Le prime pagine mi si sono appiccicate addosso come carta da parati, stretta sempre più intorno a me, incollata alla pelle. Stordimento, disorientamento, caos, queste le sensazioni dei primi fogli in cui non capivo, non coglievo. Irritata e cofusa dalla scrittura di Emma Donoghue, così troppo elementare eppure di un guizzo attento, sono dovuta ricorrere all’abstract in aletta per ritrovare la bussola e riprendere coscienza.

Coscienza di una storia terribile, la vita di un bimbo nato e cresciuto nella stanza in cui la madre è segregata da un maniaco che si approfitta di lei da anni. Senza uscire, senza aver mai visto il mondo, o cosmo come viene definito, tutto è rinchiuso in una bolla senz’aria che diventa la normale realtà, l’unica vera e possibile.

L’intreccio si dipana in colpi di scena, che raccontano l’amore smisurato di una madre che   costruisce nel miglior modo per lei possibile in quattro strette mura. Una quotidianità serena, il più normale possibile se così si può dire. E poi il mondo. Un mondo visto con occhi immacolati, una tavola bianca su cui disegnare una nuova vita, i cinque sensi acuiti e in allerta, tesi verso nuove esperienze.

La sensazione i soffocamento e straniamento che ho provato stando nella stanza chiusa, è la stessa provata dal bambino nello scoprire il mondo. Un libro difficile, reso dolce ma mai leggero, grazie soprattutto allo stile narrativo, che ho tanto bistrattato all’inizio. Immagino quindi fossero esattamente queste le sensazioni che la scrittrice voleva che provassi. E io ci sono cascata con tutta me stessa ancora una volta. Come una pera cotta.

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