La Certosa di Parma e la Sindrome di Stendhal

  La prossima volta che mi dirò di non avere forza di volontà penserò a questo a libro, così almeno potrò sorridere ricredendomi. Merito infatti della mia tenacia, se sono riuscita a finire La Certosa di Parma di Stendhal. Le prime 150 pagine sono scorse pesantemente e moooolto lentamente. Ci ho provato in treno, ma dopo due stazioni (leggi: 10 minuti) cadevo in una catalessi che neanche il terremoto (che c’è stato!!!) è riuscito a destarmi. Ho pensato: è il peso dei Classici, ora capisco perché si dice in generale “è un dovere leggere quel libro, che è un Classico”: perché se fosse appassionante non sarebbe un dovere. Ma non ho mollato. Il secondo pensiero è quindi stato: forse non è un libro da treno, è troppo impegnativo; ci proverò la sera sul divano. Certo, il connubio sera e divano in effetti non è dei più promettenti, e tale fu: il tempo di reazione apertura libro=palpebra pesante è stato raggiunto con la velocità con cui mi spazzolavo una merendina di nascosto da piccola (perché dire che lo faccio anche ora sembra brutto, fa poco adulto…). Comunque, forse avrei dovuto arrivarci prima di provarci. Non paga, ho tentato l’ultima spiaggia: seduta in cucina su una sedia dallo schienale scomodissimo, che la schiena ancora mi maledice…il risultato è stato un accascio lento ma inesorabile della mia testa sul tavolone di legno sul quale avevo appoggiato il libro (aperto però).

Ma, nonostante l’evidente difficoltà, le prime 150 pagine sono passate. Dalla 150 alla 200, il ritmo possiamo dire che si fa leggermente più movimentato. Se si pensa che queste 50 pagine riguardano il periodo di carcerazione del protagonista, Fabrizio Del Dongo, vi lascio immaginare che allegria!! Beh, in realtà a mio parere c’è molta più azione in questa parte che in tutto il libro. Le 50 pagine rimaste, che il libro ne ha 250 (e un zic) totali, hanno vissuto di rendita, sulla scia delle avventurose precedenti, ma senza particolare trasporto. In vari commenti su internet ho letto una gran serie di commentatori che lamentavano la rapidità con cui è stato concluso il libro che racconta in fretta e furia, il tempo di una pagina, gli ultimi tre anni di vita dei personaggi. Ammetto che io ho ringraziato Stendhal per questo, che non sarei riuscita a reggere altre 100 pagine.

In realtà, penso che l’idea e la trama siano veramente avvincenti, tanto che ho scoperto ieri sera che CinziaTHTorrini (lo devo scrivere così perché il nome mi fa impazzire, come lo dicono in televisione, tutto d’un fiato), quella della Rivombrosa per intenderci, ne ha fatto una fiction; purtroppo per me però lo stile affettato e lento non è nelle mie corde…e pazienza. Cosa mi è rimasto più impresso di questo libro? l’espressione: “quel bel tomo di Fabrizio“, che rispetto al linguaggio forbito e aulico mi è sembrata molto moderna, tipo ” che gran pezzo di gnocco” o “che fusto!” e quindi mi ha fatto anche un po’ ridere; e la parola genetliaco: da domani deve essere utilizzata assolutamente al posto del suo sinonimo e ormai fuori moda “compleanno”. Preparatevi a festeggiare il mio genetliaco quest’anno! (che all’inizio sembra un parola super cool, ma se la dico due volte di fila fa molto roba da nonne in bastone e treppiede!!!).

Alla fine della lettura ho cercato su internet la definizione della Sindrome di Stendhal, che mi pareva una cosa tanto bella e che potesse risollevarmi il morale…Wikipedia recita testualmente: “detta anche sindrome di Firenze, è il nome di una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini,confusione e anche allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se sono compresse in spazi limitati”. Purtroppo mi sono resa conto di aver provato gran parte di queste sensazioni, soprattutto confusione visto che leggevo le frasi e coglievo si e no tre parole perché la mente non prestava attenzione; il problema è che le accezioni che vi avevo dato io non erano molto positive. Oh, ma vuoi vedere invece che alla fine pensandoci il libro mi è piaciuto? Evabbé, non esageriamo.

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